Crea la tua strada. La storia di Claudia Mapelli, fondatrice di Tito e Toto

Crea la tua strada. La storia di Claudia Mapelli, fondatrice di Tito e Toto

Claudia Mapelli, dopo una vita dedicata al marketing per aziende molto note e importanti, ha da poco fondato, insieme ad una socia, la sua startup che propone kit per la costruzione di giochi educativi per bambini, dalla nascita fino ai sei anni di età.

Quando ci parla della sua Tito e Toto Claudia è entusiasmo e vitalità pura.

Ecco la sua storia.


 

Buonasera a tutti. Io mi chiamo Claudia e sono fondatrice di Tito e Toto, una startup innovativa neonata (siamo nati da pochi mesi) ma con una storia molto molto più lunga.

Tito e Toto si occupa di ideare, progettare e produrre giochi educativi in formato kit. Nasce dalla voglia di regalarsi un momento di vera condivisione con i propri bambini, offrendo un kit per la costruzione di giochi educativi che stimolano la creatività, manualità e le competenze cognitive in modo sicuro, naturale, semplice e divertente.

Nasce da un’esigenza mia personale: ero incinta del primo bimbo e avevo, come credo ogni genitore, necessità e voglia di informarmi, capire di più su cosa vuol dire educare un figlio, quali sono i principi, valori ma anche cosa dare a questi bambini, con cosa sia meglio farli giocare e stimolarli perché crescano al meglio. Ho cercato in giro dei giochi e degli strumenti che rispecchiassero tutte le teorie pedagogiche di cui avevo letto informandomi, ma quello che ho trovato nei negozi di giocattoli non mi ha convinto.

Di contro vedevo su internet dei genitori che per i loro figli riuscivano a costruire delle cose pazzesche e bellissime e avrei voluto costruirle e realizzarle anche io. Sentivo che quella era la strada che avrei voluto perseguire come mamma, ma non avevo gli strumenti e le competenze adatte per poterle realizzare in versione fai da te. E così ho pensato che sarebbe stato bello e utile avere una scatola, un kit con tutto l’occorrente (strumenti e istruzioni) necessario per costruire queste cose meravigliose.

La forma del kit, infatti, permette di imparare a vicenda e di dedicare al proprio bambino tempo di qualità, anche quando la quantità scarseggia.

 

Cosa ti ha aiutato nella realizzazione del tuo progetto?

Il mio primo passo è stato parlare di questa idea con chiunque, anche chi non era genitore e da lì ho iniziato proprio a creare una rete di conoscenze che mi è stata di fondamentale aiuto.

Parlando, infatti, si scoprono curiosità utili, come che il papà di un amico era falegname. Andando a trovarlo ho imparato tutto quello che potevo sul legno e sulla sua lavorazione e ho potuto sfruttare queste nuove conoscenze per realizzare alcuni giochi o componenti in legno.

Ho poi scoperto che un mio amico aveva un aggancio in un Fab lab e, quindi, grazie a lui ho iniziato a fare i primi prototipi.

Parlando poi con altri genitori della mia idea ho avuto feedback contrastanti: chi mi diceva “bellissima idea, la comprerei subito” e chi, invece, ha cercato di farmi desistere pensando che la cosa non potesse avere un mercato.

Questo ho capito dopo che fa parte del gioco: anche se un prodotto è bellissimo, non può essere adatto a tutti e va benissimo così. È assolutamente sano e normale che ci siano persone che ci dicono che quello che pensiamo noi non è giusto, non è una bella idea, non avrà mai successo, eccetera.

 

Quando hai capito che fare startup poteva essere il tuo lavoro?

Tito e Toto per tanto tempo è sempre stato il mio piano B. Ho sempre lavorato in azienda e intanto pensavo giorno e notte alla mia idea. Non ero però pronta io a far diventare questa idea un’azienda e un lavoro vero.

C’è stato un momento preciso in cui ho capito che questa sarebbe potuta essere la mia professione: ad un certo punto, attraverso il “passaparola”, ho scoperto che c’era attivo questo programma, organizzato da PoliHub ( https://www.polihub.it/ ), che si chiamava Mommypreneurs. Si trattava di un progetto internazionale che mirava a offrire conoscenze e strumenti alle mamme perché potessero crearsi da sole la propria strada, in modo che la propria realizzazione professionale potesse essere concretizzata anche al di là di un ufficio o di una carriera da dipendente. Questo tempo di pandemia, infatti, ha a maggior ragione fatto emergere quanto le madri siano tra le categorie più svantaggiate nel mondo del lavoro.

Per me il programma Mommypreneurs è stato fondamentale perché lì ho acquisito degli strumenti di fatto trasversali a qualsiasi percorso imprenditoriale, ma che non conoscevo. Attraverso queste nuove competenze sono riuscita a dare una forma più concreta e più solida alla mia idea. A conclusione del progetto, ho portato Tito e Toto ad un Pitch, che è un momento di presentazione pubblica dell’idea imprenditoriale alla base di una nuova startup in modo che gli investitori presenti possano eventualmente proporre dei sostegni alle idee che più li convincono. Alla fine del Pitch non ho avuto investitori ma ho avuto una proposta da PoliHub di un percorso di incubazione e questo per me è stato proprio un punto di svolta.

Sapevo che un percorso di accompagnamento fatto proprio con PoliHub, che è una delle eccellenze in questo ambito a livello europeo, era davvero un’occasione d’oro; ma avrebbe richiesto tempo, attenzione ed energia. Non volevo assolutamente sprecare questa opportunità, perciò mi sono trovata ad un bivio: lasciare il mio lavoro in azienda e buttarmi a capofitto in questa cosa, o abbandonare l’idea e concentrarmi, invece, unicamente sul mio lavoro da dipendente e sul mio ruolo di mamma.

È stata una decisione ovviamente molto difficile perché comportava un vero e proprio salto nel vuoto, fatto in un periodo difficile a causa del Covid e in una fase delicata della mia vita, avendo una famiglia che si era allargata da poco. Ciò nonostante alla fine ho deciso di buttarmi.

Fino ad ora per fortuna sta andando bene e sono davvero molto felice e contenta.

 

Come si fa a finanziare una propria idea imprenditoriale?

Innazitutto devo premettere che sono solo pochi mesi che io e la mia socia siamo attive con Tito e Toto.

Inizialmente ci siamo avvalsi del supporto di amici e conoscenti. Nel mondo delle startup si parla delle “tre F”: family, friends and fools, ovvero famiglia, amici e folli, intesi come quella ristretta cerchia di persone che ti conosce personalmente da tempo e, credendo nel tuo progetto imprenditoriale, investe i propri risparmi per sostenere la tua idea.

Poi partecipando a bandi siamo riusciti ad accedere a fondi europei e del Comune di Milano.

Nelle fasi iniziali però non ci si ferma mai. È una sfida e una continua corsa alla ricerca di finanziamenti. Ma se l’idea è vincente e ci sono riscontri positivi i fondi poi si trovano.

 

Quando e come trasformare un sogno, un’idea in una startup?

Quando mi sono aperta al mondo delle startup ho scoperto che molte idee nascono proprio da bisogni ed esigenze personali.

Ovviamente questo in sé poi non basta: c’è poi il riscontro con la realtà e il mercato. La chiave è scoprire che la tua esigenza personale è un bisogno anche per altri, tanti altri, che sarebbero disposti a comprare il tuo prodotto o usufruire del tuo servizio.

Serve avere questo riscontro per trasformare un sogno, un’idea, in una startup: se scopri che un buon numero di persone ha il tuo stesso bisogno e che il tuo prodotto/servizio risponderebbe adeguatamente a questa necessità, allora vale la pena sviluppare la startup e lavorare sugli altri step che poi ti portano alla realizzazione di un business.

Un’altra chiave vincente è partire da qualcosa che si conosce bene. Costruire ad esempio un’azienda sui bitcoin quando sulle criptovalute non si sa nulla non è mai una buona idea!

 

C’è stato mai un momento in cui tu e il tuo team avete pensato che non sareste riusciti a raggiungere i vostri obiettivi e come avete reagito?

Sinceramente è una sensazione che ho più o meno sempre. I momenti di down ci sono costantemente e partono magari anche da eventi piccolini. Ad esempio un problema reale che ho riscontrato negli ultimi giorni è: ho in mente un bellissimo prodotto ma mi manca quel preciso materiale. Dove lo trovo? In Italia non esiste. Devo abbandonare l’idea? Cado nello sconforto.

È quindi molto facile cadere nel down.

Ho attivato dei piccoli stratagemmi per evitare di sconfortarmi. Quando sento che inizio a vedere tutto nero sento che è giunto il momento di cambiare pagina: mi prendo un momento per me, faccio altro, esco per una passeggiata. Staccare mi fa bene, mi fa ritrovare l’energia e la voglia di fare.

In Tito e Toto siamo in due, non siamo un team di cento persone. L’avere la responsabilità totale di quello che fai e il sentire il peso di essere l’unica persona che può portare avanti un progetto o farlo morire è tosta. Quel peso e quella responsabilità si fanno sentire spesso, ma si superano. Quando fai quello che senti che è giusto per te, quando stai perseguendo la tua strada, la motivazione poi la trovi.

 

Tutto quello che avete studiato vi è servito poi effettivamente per raggiungere i vostri obiettivi e per raggiungere quello che state costruendo?

Io ho fatto l’università, conseguendo sia la Laurea Triennale che la Specialistica. Anzi, sono ancora iscritta all’università perché non smetterei mai di studiare. Quindi sono sicuramente di parte, non posso non dire che mi è servito molto studiare.

Io ho studiato marketing. Indubbiamente mi è servito molto per il mio business.

Tante altre cose che servono per fare azienda, però, ho dovuto impararle da zero. Come ad esempio la parte di produzione: come si produce un gioco per bambini? Io non lo sapevo di certo! Così come tutta la parte burocratica, le regolamentazioni, le normative vigenti nel mio ambito…le ho dovute tutte studiare da sola, informandomi.

Ci sono davvero tantissimi aspetti da curare per fare l’imprenditore e tantissime cose da apprendere…anzi, non si finisce proprio mai di imparare e studiare!

Non so perciò se sia stato proprio il fare quella determinata università o corso di studi che mi è servito o se, piuttosto, sia stata la forma mentis acquisita studiando la vera cosa che mi è servita. Mi ha, infatti, insegnato un metodo per apprendere anche da sola e mi ha aiutata ad allenare la mia determinazione.

Nel tempo ho imparato ad apprezzare la mia curiosità e ad alimentarla. Non sono mai stata il tipo di persona guidata da una passione specifica che “ti brucia l’anima”, bensì sono sempre stata guidata dalla curiosità. Anche nell’ambito aziendale che ho lasciato, dove ho lavorato per quindici anni, ogni due o tre anni cercavo di cambiare, di crescere, di aprirmi ad altro. Questo sempre perché sentivo di volere imparare di più e accrescere la mia curiosità.

Lo studio, l’università, non deve essere una linea retta verso ciò che si vuole fare poi nella vita lavorativa. È la curiosità la chiave vera. E il parlare con le persone, confrontarsi. Se io non avessi parlato della mia idea a praticamente tutti quelli che conosco, non avrei mai avuto modo di validarla e questo forse non mi avrebbe dato la forza di fare azienda.

 


 

Vuoi saperne di più su Tito e Toto? Scopri di più qui:

Lascia un commento