Storie di confini, un diario di viaggio tra narrazione e immagini. Ecco la storia di Valentina Tamborra, reporter e ritrattista

Storie di confini, un diario di viaggio tra narrazione e immagini. Ecco la storia di Valentina Tamborra, reporter e ritrattista

Che dire di Valentina?

È Fotografa Professionista, specializzata in ritrattistica e Giornalista Pubblicista. Ha collaborato (e collabora) con diverse ONG e Enti Nazionali ed Internazionali come AMREF, Medici Senza Frontiere, Albero della Vita, Emergenza Sorrisi e Croce Rossa Italiana.

I suoi progetti sono stati oggetto di mostre a Milano, Roma e Napoli.

Ha pubblicato su molti dei principali media italiani come il Corriere della Sera, La Stampa, Repubblica e non solo.

È docente di fotografia presso l’Istituto Italiano di Fotografia e organizza workshop e speech in alcuni tra i più prestigiosi istituti italiani quali NABA (Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano) e IED (Istituto Europeo di Design).

Nel 2018 ha anche vinto il premio AIF Nuova Fotografia.

Insomma di cose da dire e raccontare ne ha davvero parecchie!

 

Noi di Orientarsi al FutuRho abbiamo avuto il piacere e la fortuna di conoscerla durante il webinar “Crea la tua strada. Scrivi la tua storia” tenutosi il 2 febbraio 2021 online per i ragazzi e le ragazze delle classi quinte superiori degli Istituti di Rho che hanno collaborato al progetto.

Ecco cosa ci ha raccontato.


 

Innanzitutto devo dire che mi fa sempre molto piacere parlare con ragazzi giovani, penso che se si può essere utili raccontando un po’ il proprio vissuto e la propria esperienza ben venga, no?

Infatti tendo a spingere molto me stessa e i miei studenti a studiare, approfondire e ad andare a fondo. Però sempre seguendo sempre la pancia, cioè “cosa volete fare”, anche se tutto vi gioca contro.

Del resto io stessa se avessi dovuto ascoltare quello che mi veniva detto di fare oggi non sarei assolutamente qui.

 

Quindi che posso dire del mio lavoro? Sono una fotografa. Mi occupo di reportage sociale e di ritratto. Anzi, a essere onesta, ho iniziato proprio come ritrattista e solo successivamente mi sono occupata di reportage.

Fondamentalmente i motivi che mi hanno portato lì sono stati il mio amore per la scoperta e il mio amore per il viaggio. Questi aspetti mi hanno sempre fatto vedere il mondo come un unico luogo, un posto che poteva accogliermi dovunque, con le sue differenze e peculiarità.

Per me la fotografia non è altro che lo strumento pratico, fisico che ho scelto per raccontare il mondo.

 

Come ho già anticipato, nasco come ritrattista. Ho capito presto che per raccontare me stessa dovevo passare attraverso il racconto degli altri. Esprimermi per me era sempre un incontro con l’altro, un ascolto dell’altro.

Spesso mi viene detto che il mio lavoro ha dei tratti antropologici. Non saprei in realtà, forse sì, forse no. Per me in effetti le persone sono al centro del mio lavoro. Quando lavoro però non ci penso (e in generale non mi piacciono le etichette), penso solo a scoprire, conoscere ed andare a fondo.

 

Credo che se non facessi questo di mestiere, probabilmente scriverei. Tra l’altro comunque in realtà scrivo, o meglio, abbino scrittura e foto: è appena uscito, infatti, un mio libro fotografico e narrativo, ovvero “Skrei – Il Viaggio. Una storia tra Italia e Norvegia”, edito da Silvana Editoriale.

 

Una delle prime cose che mi vengono chieste quando mi intervistano è “Ma com’è fare questo mestiere essendo una donna?”. Io faccio questo mestiere senza pensare al fatto che sono una donna, bensì pensando che sono una reporter; quindi poco mi cambia essere donna o uomo. Semplicemente sono una fotografa, una professionista.

Dico questo perché uno dei messaggi che ci tengo a trasmettervi ragazzi è che indipendentemente da sesso, età, condizione sociale, ecc noi tutti possiamo essere e diventare tutto quello che vogliamo e anzi dovremmo impegnarci al massimo per farlo!

Nessuno avrebbe mai detto che sarei scesa in miniera fino a più di duecento metri sotto terra in cunicoli alti circa un metro scavati nel carbone. Persino a me se lo avessero detto vent’anni fa non ci avrei creduto, e invece mi ci sono ritrovata!

 

 

Valentina Tamborra, “MI TULAR – Io sono il confine”, 2019, fonte: https://www.valentinatamborra.com

 

 

A proposito di miniere, questo, ad esempio, è un minatore che ho incontrato nell’ambito del progetto “MI TULAR – Io sono il confine”, per il quale mi sono recata alle isole Svalbard, ovvero un arcipelago norvegese che si trova nel Mar Glaciale Artico, nel posto più a nord del mondo stabilmente abitato, a soli 1000 km dal Polo Nord.

L’Artico perciò io l’ho documentato scendendo sotto il ghiaccio, “nella pancia della montagna”. Dentro al permafrost, lontano dai ghiacci e dalla luce accecante, c’è il carbone e ci sono uomini che ogni giorno lavorano sottoterra, a più di 200 m sotto la superficie. E io per “MI TULAR – Io sono il confine” sono andata a scoprire proprio questa comunità.

 

Al di là di questo esempio specifico, devo dire che ho viaggiato davvero in tutto il mondo, dal Medio Oriente alle terre dei ghiacci, da zone pacifiche e isolate a territori di guerra.

Nel novembre del 2019, infatti, sono stata a Nassiriya in Iraq. Dopo pochi giorni che ero lì è scoppiata una rivolta, una guerra civile e quindi ci siamo trovati io e la missione con cui ero (ero insieme a un’equipe chirurgica) nel bel mezzo dell’inferno.

Quello che mi ha colpito, al di là di tutto, è stato il vedere tutte queste ragazze in piazza a manifestare per i propri diritti.

Ci tengo a dire proprio “le ragazze” perché quando si pensa a determinati luoghi del mondo come l’Iraq si pensa immediatamente che le donne non abbiano voce in capitolo. Questo non è sempre vero, anzi, c’è una precisa volontà da parte delle donne di esprimersi, di portare la propria voce.

A Nassiriya ad esempio molte donne studiano per diventare medico e forse non lo direste mai. Questa è una cosa che ho potuto constatare con i miei occhi e che sono fortunatamente riuscita a documentare e a raccontare una volta tornata in Italia, nonostante le censure e tutte le difficoltà.

Poter documentare questi spaccati inediti è una cosa che mi ha resa molto felice, perché se c’è un minimo di giustizia che dobbiamo rendere a certi mondi è quella di liberarli dagli stereotipi a cui spesso, troppo spesso, sono sottoposti.

I ragazzi e le ragazze di questi territori manifestano, si fanno sentire come possono, sono attivi, molto attivi!

Nei territori di guerra ho fotografato ragazze e ragazzi di quindici e sedici anni che erano per strada a fare murales e graffiti che inneggiavano alla libertà e alla democrazia. Ho visto ragazze e ragazzi che combattevano ma in maniera pacifica per avere il loro diritto a studiare, il loro diritto a muoversi, il loro diritto a parlare liberamente, a pensare liberamente, a usare Internet. Ebbene sì, in Iraq Internet non è affatto così scontato! Quando io ero lì veniva infatti spesso rallentato o tolto forzatamente anche diverse ore al giorno per un discorso di censura.

 

Però ecco, il mio lavoro io lo amo proprio perché mi porta a scavare sotto la superficie. Soddisfa quel bisogno che ho di comprendere, di vedere con i miei occhi come stanno le cose.

Non mi sono mai fatta fermare dal genere (lo sottolineo perché è una cosa che pare terrorizzi un po’ tutti, della serie “Oh mio dio, una donna reporter!”). Ecco questo per me non è mai stato un limite.

Devo dire che sul campo non ho mai avuto difficoltà per essere una donna, nemmeno in territori come il Medio Oriente.

Tutto, ovvio, sta nel sapersi muovere e comportare: in determinati luoghi è ovvio che occorra muoversi con la dovuta attenzione e le dovute precauzioni e che sia fondamentale accettare e conoscere l’altrui cultura. Non dobbiamo pretendere di assumere i comportamenti che “abbiamo a casa nostra” quando siamo “a casa degli altri”, ma questo è normale, avviene anche se vai a trovare un amico: se in casa sua ci si toglie le scarpe, ti adatti alle sue abitudini e regole o non vai a trovarlo. Nel momento in cui noi siamo “ospiti” e sappiamo comportarci da buoni ospiti, verremo trattati bene ed anzi le persone saranno accoglienti e predisposte. Tutto sta nell’avere rispetto degli altri e, nel mio caso, nel chiedere sempre prima di fare una fotografia.

Io sono forse una reporter un po’ atipica perché non mi interessa tanto “rubare lo scatto”, per così dire, bensì preferisco che le persone comprendano perché io sono lì e voglio che mi accettino prima di fotografarle. Per questo passo anche diverso tempo senza scattare, ma semplicemente parlando, stando insieme, ascoltando, cercando di capire che cosa mi circonda.

Secondo me è questo che mi ha permesso di trovarmi bene sul campo, sempre, anche in situazioni estreme come l’Iraq o i campi profughi in Grecia, dove davvero ogni diritto umano viene violato sistematicamente giorno dopo giorno, notte dopo notte.

 

Di contro paradossalmente posso dire di aver sperimentato qualche piccola forma di sessismo “a casa mia”, tra colleghi. Questo sì, ogni tanto capita purtroppo. Dirò una cosa che non mi fa per niente piacere ammettere, ma spesso sono proprio le donne a fare battute fuori luogo ad altre donne!

Detto questo però, ragazzi se avete un’idea, avete un progetto di vita, volete fare qualcosa, andate dritti all’obiettivo! Gli ostacoli si rimuovono!

 

Certo devo ammettere che anche la mia strada, come quella di molti, non è stata tutta liscia, non è stata in discesa, anche perché questo lavoro è un po’ particolare da intraprendere.

Io avevo in testa di fare la fotografa, ma i miei genitori pensavano che la fotografia non fosse un lavoro e di conseguenza mi hanno mandato a fare tutt’altro: ho fatto il liceo classico, poi ho iniziato a lavorare… Tutt’altro mondo!

Oggi da donna adulta non gliene faccio assolutamente una colpa, anzi, li posso assolutamente comprendere.

Devo dire che in realtà gli sono anche grata perché la formazione che ho avuto mi ha aiutata tantissimo e sono sicura anzi che abbia arricchito di molto la mia capacità di studio e la mia consapevolezza. Credo, infatti, che per fare fotografia sia necessario leggere, studiare, guardare film, libri, mostre di ogni genere e tipo e non fermarsi solo al mondo diretto della fotografia.

Detto questo però, quando ho finito il liceo e ho iniziato a lavorare, non stavo facendo quello che volevo: sapevo bene che sotto sotto la fotografia era la cosa “che mi chiamava” davvero. Quindi, come spesso accade nella vita, si devia ma poi si torna a fare quello che si sarebbe davvero voluto fare, ci si dà una possibilità.

 

Appena ho potuto ho fatto un corso di fotografia base e lì ho avuto la riprova che la fotografia era davvero quello che mi interessava fare. Ho iniziato perciò a lavorare subito con dei fotografi e a imparare a muovermi, a comprendere questo mondo meraviglioso, magico, ma anche complicatissimo.

Ho iniziato come ritrattista, ho fatto la fotografa di scena, seguivo eventi, lavoravo in teatro. Mi divertivo, ma sentivo che non mi stavo esprimendo come avrei voluto.

 

Ho da sempre coltivato anche la scrittura, quindi sentivo dentro di me che la sola fotografia non mi bastava, ma che avevo bisogno di esprimermi in modo più ampio.

Per questo mi sono avvicinata al mondo del Sociale. Sentivo che lì c’erano delle cose interessanti da dire, da carpire e poi da raccontare, delle voci importanti da ascoltare.

 

Uno dei miei primi veri progetti è stato proprio “CHOKORA – Il barattolo che voleva suonare che mi ha portato in Africa assieme ad un giornalista di La Repubblica, Mario De Santis e ad AMREF Italia. Qui abbiamo raccolto la storia dei bambini di strada. Chokora (si pronuncia “Ciokorà”) in lingua Shwahili, infatti, significa “rifiuto” ed è questo il nome che lì viene dato ai bambini di strada a Nairobi.

Pensate, vengono definiti “rifiuti” fin dalla nascita.

Questa, però, mi sembra una grande immagine da avere impressa: bambini che sembrano non avere un futuro, un’infanzia, che vivono tra l’immondizia e sono definiti “rifiuti” e che invece, a dispetto di tutto, dimostrano una forza e una resilienza tale da farli uscire vincitori, grazie anche all’aiuto di alcune realtà umanitarie, al punto che qualcuno di loro riesce poi a laurearsi e a fare cose bellissime.

 

Valentina Tamborra, “CHOKORA – Il barattolo che voleva suonare”, 2017, fonte: https://www.valentinatamborra.com

 

 

È stato lavorando al progetto CHOKORA che ho capito che quella era la mia dimensione: io voglio raccontare storie in cui credo, storie che mi emozionano.

Di conseguenza ho continuato (e continuo tuttora) su quel filone. Ho lavorato e lavoro con Medici Senza Frontiere, con Albero della Vita, con Croce Rossa Italiana proprio sul Covid-19 e con Emergenza Sorrisi con cui mi sono recata in Benin e in Iraq.

Ho capito che il tema attorno a cui ruota la mia ricerca artistica, espressiva e professionale è “Il confine”, inteso come “frontiera” e non come limite. Attorno a questo tema io costruisco tutti i miei lavori, tutti i miei progetti.

 

“Skrei – Il Viaggio”, ovvero il mio reportage alle isole Lofoten (un arcipelago norvegese che si trova oltre il Circolo Polare Artico), sembra non c’entrare con il tema, invece è coerentissimo: ho raccontato questa storia perché ho scoperto questa amicizia antichissima tra Norvegia e Italia, datata 1430, quando un nobile navigante italiano, Pietro Querini è naufragato sulle allora sconosciute isole Lofoten e ha redatto un diario di viaggio, il vero e proprio primo reportage della storia, che oggi è custodito in Biblioteca Apostolica Vaticana.

Io ho avuto la fortuna di fotografare questo manoscritto e ho scoperto che Pietro Querini, già nel 1430 pensava che per essere veri uomini di mondo bisogna conoscere e accettare le altrui culture. Una frase a dir poco progressista!

È da qui che è nato il mio bisogno di conoscere, scoprire e raccontare i mari del Nord e, in particolare, i pescatori di quel territorio.

 

 

Valentina Tamborra, “Skrei – Il Viaggio”, 2020, fonte: https://www.valentinatamborra.com

 

 

Comunque alla fine sono riuscita a fare di un lavoro quello che tutti mi dicevano essere solo un hobby. No, la fotografia non è affatto un hobby. È un lavoro, anche molto serio e complesso, e come tale va trattato e rispettato perché ci dà la possibilità di scavare e di scoprire mondi inimmaginabili.

Tutte le storie che racconto, lontanissime geograficamente, sono in realtà legate a doppio filo tra di loro. È sempre tutta una questione di mondo limite, di terra “alla fine di tutto”, del mondo che nessuno guarda, di assenza di barriere, di umanità.

Mi piace pensare che noi reporter siamo un po’ dei testimoni: una volta che ho realizzato e raccontato la mia storia, è come se consegnassi il mio lavoro al mondo, alla collettività. Non è più qualcosa di mio, ma diventa patrimonio di tutti.


 

E a proposito del fatto che le storie di Valentina diventano poi patrimonio di tutti, siamo tutti invitati a visitare la sua prossima mostra “A FIOR DI PELLE” che si terrà dal 20 settembre al 1 ottobre al Frida, in via Pollaiuolo, 3 a Milano.

La mostra fa parte della sedicesima edizione del Photofestival e nasce dalla collaborazione della mia associazione, ALA Milano, e l’ Istituto Italiano di Fotografia. Gli scatti raccontano storie di integrazione e bellezza che aspirano a un mondo senza confini e muri.

Ingresso gratuito con Green Pass.


 

Se vuoi conoscere meglio la storia di Valentina e i suoi progetti, puoi approfondire qui:

 

 

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