Cambiare strada è possibile. La storia di Valentina Spinosa (parte 1)

Cambiare strada è possibile. La storia di Valentina Spinosa (parte 1)

Valentina è una fiera educatrice professionale. Ma non è sempre stato così. È lei stessa ad ammettere che trovare la sua strada è stata dura e che nel percorso “è caduta molte” volte. Mille altre volte però si è rialzata, fino a farcela: a parlare con lei di quello che fa e di chi è adesso, sembra proprio molto felice e realizzata e quando le parli le brillano gli occhi. Evidentemente nel suo caso cadere ne è valsa la pena!

Ecco la storia di Valentina Spinosa.


 

Innanzitutto mi presento.

Ciao, mi chiamo Valentina, ho 32 anni e, appunto, oggi sono un’educatrice. Ma come sono arrivata a diventarlo?

Innanzitutto ho frequentato il liceo linguistico per ben sei anni. Ebbene sì, in terza superiore sono stata bocciata. Potrei giustificarmi dicendo che a sedici anni avevo la testa e il cuore da un’altra parte, ma comunque la bocciatura è arrivata come una doccia fredda.

Devo dire che quello è stato il primo momento, il primo errore, che mi ha fatto capire che a volte si può cadere sì, ma che non significa che allora è finito tutto e si ha fallito. Ci si può sempre rialzare e riprendere tutto, anche meglio di prima.

 

Finito il liceo mi trovo a un bivio: e ora cosa faccio? Vado a lavorare? Non mi sento ancora pronta. Vado all’università? No beh per me l’università è qualcosa di irraggiungibile, figurarsi! Ho anche perso un anno! Non è proprio cosa per me!

Beh insomma alla fine qualcosa ho dovuto scegliere perché di certo i miei genitori non avrebbero mai accettato di vedermi sul divano tutto il giorno. Ok allora, d’accordo. Vado avanti a studiare. Capite già dall’incipit però che non ero molto sicura della mia scelta.

Mi iscrivo all’università ma sono super persa. Avendo fatto il liceo linguistico e dovendo scegliere qualcosa, alla fine opto per Lingue, per altro seguendo più una compagna di classe che non la mia reale aspirazione.

Inizio quindi l’università e la frequento per due anni e mezzo. Due anni e mezzo di grande stress e di ansia: ricordo ancora i pianti disperati mentre svuotavo la lavastoviglie il giorno prima dell’esame pensando che avrei tanto voluto lanciare i piatti. Veramente brutto.

Non dovrebbe assolutamente essere così l’esperienza universitaria! Ovvio, l’ansia ci sta tutta; ma deve essere adrenalinica e stimolante, non “bloccante” e distruttiva!

C’era in particolare questo esame di letteratura spagnola che proprio non riuscivo a passare ed era veramente ma veramente frustrante.

In tutto ciò poi ci si mettevano anche i miei genitori. Già mi avevano sempre un po’ reputata svogliata, il classico tipo che inizia le cose e poi non le finisce; a maggior ragione quindi quando ho deciso di iscrivermi all’università, che ai tempi era finanziata da loro, ovviamente la prima cosa che mi dissero fu: “Mi raccomando però, portala a termine!”.

Immaginatevi perciò la loro faccia quando sono arrivata al punto di dirgli “Guardate io non ce la faccio proprio. O mi fermo o mi viene una crisi nervosa!”.

 

Se frequentare l’Università è stata dura, nemmeno la scelta di interrompere gli studi è stata “a cuor leggero”: un po’ non volevo gravare sui miei genitori, un po’ avevo quel senso di colpa dettato dal pensiero che “Cavoli, forse i miei genitori avevano ragione sul fatto che non porto mai a termine nulla!”.

A quel punto, perciò, ho iniziato a lavorare, ma si trattava di “lavoretti”. Ho fatto di tutto: dalla baby sitter alla panettiera, al lavorare in lavanderia e ho imparato un sacco.

 

Il pensiero del fallimento però mi accompagnava sempre. C’è voluto tanto tempo per riscattarmi e per capire che non ero io quella sbagliata che non riusciva a portare a termine un obiettivo lineare, ma che forse la vita semplicemente è fatta di “sali e scendi”, di errori, cadute, di rinunce. Nonostante ciò, le cose non finiscono e non si fallisce mai per davvero: ci si può sempre rialzare, “mettere dei bei cerottini sulle ferite” e scoprirsi più forti di quanto avremmo potuto immaginare.

Si va avanti, sempre.

Anzi, sono davvero convinta che quella che sono oggi lo devo proprio a tutte le cadute che ho fatto, non tanto a tutti gli obiettivi raggiunto.

 

Beh insomma torniamo a noi e alla mia storia.

Dopo anni di lavoretti, a un certo punto ho fatto un incontro che ha cambiato tutto.

In pratica all’epoca facevo parte di un’associazione ludica e un giorno il mio fidanzato del tempo, che era anche il presidente dell’associazione, mi dice che questo ente, LaFucina Cooperativa Sociale Onlus, ci ha contattato per conoscerci in quanto realtà giovanile attiva sul territorio rhodense. Siccome lui non può andare all’appuntamento, ci vado io e lì conosco Monica (presidentessa della cooperativa) e scopro l’esistenza dello Spazio Mast di Rho, che inizio a frequentare.

Al Mast scopro il mondo delle cooperative sociali e il mondo educativo ed è subito amore. Insieme ad altri ragazzi giovani come me istituiamo un gruppo creativo informale con cui negli anni abbiamo realizzato delle cose bellissime. Ancora oggi quando vado a rivedermi le foto di quel periodo penso a quanto fossero stupende le cose che facevamo!

Tra l’altro una delle mie più grandi passioni è sempre stata la fotografia e nel gruppo creativo ho potuto portare dentro anche questo aspetto. Praticamente nel nostro gruppo ognuno poteva portare il proprio talento e la propria passione liberamente.

Questo aspetto mi ha toccato molto. Tanto che è qualcosa che cerco di portare e trasmettere anche nel mio attuale lavoro di educatrice con i bambini.

 

Sempre in quel periodo ho anche partecipato al bando di concorso del Servizio Civile Nazionale. Lo vinco e, rimasta veramente entusiasta dalla cosa perché proprio non me lo aspettavo, inizio a lavorare all’Informagiovani del Comune di Rho.

 

Un po’ perché piano piano ho scoperto che il lavoro sociale mi piaceva un sacco, un po’ spinta dal fatto che LaFucina (e in particolare Monica) hanno molto creduto in me e fin da subito, piano piano ha iniziato a solleticarmi l’idea che quello sarebbe potuto essere il mio mondo.

Spinta dall’entusiasmo, perciò, decido di buttarmi e di iscrivermi alla Facoltà di Scienze dell’Educazione.

Avevo davvero paura all’idea di rimettermi sui libri, anche perché nel mentre continuavo a lavorare ed ero già “grande”, ma era qualcosa che stavolta sentivo di volere davvero.

Ricordo che mio papà mi disse: “Però questa volta se la inizi la devi finire”. E così ho fatto. Sono riuscita a laurearmi, a dimostrare che se voglio posso portare a termine quello che inizio e farlo anche bene.

 

A essere sinceri anche questo secondo periodo universitario non è stato proprio rose e fiori, perché nel mentre lavoravo e ovviamente c’era la vita, le relazioni, le difficoltà. Però stavolta la cosa che ha fatto tanto la differenza, oltre alla motivazione, è stato avere il supporto di Monica. In LaFucina, infatti, tra i servizi proposti ci sono anche gli sportelli gratuiti di Coaching Umanistico per ragazzi e ragazze; si tratta di dei veri e propri percorsi personali di supporto e sostegno.

Una cosa che ad esempio io ho imparato grazie al Coaching è stata quella di pormi degli obiettivi “piccoli” e reali. Prima era un “Voglio fare questo”, ma l’obiettivo poi era lì, molto irraggiungibile e lontano. Quando, invece, ho iniziato a darmi piccoli obiettivi realistici e “vicini”, effettivamente realizzabili nel breve periodo, ho capito che, passo dopo passo, posso perseguire anche obbiettivi “macro” e più ambiziosi. È così che ho imparato a prendere in mano la mia vita e a gestirla.

Un’altra cosa che ho imparato è che prima troppo spesso “prendevo le cose così come venivano”: non sentivo di scegliere davvero quello che facevo, di avere coscienza e consapevolezza. Non c’era un reale progetto in quello che facevo e in come agivo.

Ho imparato che un piccolo progetto personale in testa bisogna sempre averlo e per fare questo bisogna spesso chiedersi “Ma io cosa voglio fare?”.

 

Chiudo dando qualche consiglio che mi viene spontaneo.

Invito i ragazzi a prendere in considerazione il Servizio Civile perché comunque è un modo per sperimentarsi e sperimentare, accedendo al mondo del lavoro ma facendo anche cose belle e imparando molto.

Poi mi viene da suggerire di sfruttare la possibilità di un percorso di Coaching Umanistico (che appunto per ragazzi e ragazze del territorio di Rho è gratuito presso LaFucina Cooperativa Sociale). Lo consiglio davvero perché credo che la cosa più bella che possiate fare, prima di intraprendere qualsiasi progetto o obiettivo, è lavorare su voi stessi. Solo conoscendovi davvero potete trovare qual è “la fiamma che vi accende”, la vostra vera motivazione, il vostro sogno, la cosa che vi fa veramente brillare gli occhi.

Una volta che capite cosa vorreste davvero fare e acquisite sicurezza in voi stessi, è allora che succede la magia.

Per tanto tempo io, anche se conoscevo le mie passioni o ciò che mi piaceva fare, ho sempre pensato “Ma a chi interessa? Ma sono davvero brava a fare questa cosa?” e mi nascondevo nel mio guscio. Invece no. È così bello essere autentici, unici, fare qualcosa che ci rende felici e soddisfatti di noi!

Prima poi ero una che si adagiava, che si accontentava. Invece poi ho scoperto la bellezza di continuare a crescere, di aggiungere degli step e di continuare a sperimentare, non sentendosi mai arrivati. E adesso non voglio più precludermi niente.

Siamo unici. Nessun altro ha dentro quello che avete voi. Quindi ve lo dico col cuore, tirare fuori quello che avete dentro perché ne vale davvero la pena!

Lascia un commento